

Dicono a Napoli, ‘ Ogni scarafone è bello a mamma soje’. Ma ho dei nipotini che scarafoni non possono essere definiti, oggettivamente. Diciamo, che la natura li ha fatti belli. Alcuni vivono a Venezia, alcuni in Sicilia.
Uno di loro è quello che mi è più vicino, geograficamente, e studia anche pianoforte con me. Brillante, posato, sicuro del fatto suo. Un paio di occhi azzurri che paralizzano. Taglio felino. Ha dodici anni. Mi son domandato spesso come mai la natura abbia regalato alla generazione successiva alla mia tanti occhi azzurri, mentre io e i miei fratelli, tutti con occhi marroni e chiazze verdi. Comunque, vorrei ritornare al mio nipotino, al quale sono legatissimo.
Spesso, nel mio paese vedevo un altro ragazzino che era il sosia, identico a mio nipote. Mi stupivo di tanta somiglianza, al punto che iniziai a chiedermi chi potesse essere. La differenza era che quel bambino non emanava l’energia di F, mio nipote. Sembrava quasi spaventato, l’aria di uno timoroso che chiede scusa a tutti, di tutto. Poi lo vidi con suo padre e capii. Famiglia molto poco abbiente, forse suo padre è un poco di buono. Ma, specifico, forse. Di sicuro, non è uno rispettato e rinomato come mio fratello.
La strada di mio nipote è spianata. Al karate è il primo. A scuola di pianoforte è il primo. Non farà il Conservatorio perché è eccellente anche in matematica e in tutte la altre materie. La sua predisposizione alla musica è solo uno dei suoi tanti pregi. Veste bene, ma non è un bambino superbo. Nuota perfettamente. È accettato nel circolino dei bambini “bene” del mio paesino. Il razzismo del centro sicilia e della sicilia occidentale è qualcosa di incredibilmente feroce. Con me sono stati razzisti. Mio nipote è accettato ed inserito.
Mi sono chiesto, a volte, che fine avesse fatto quel ragazzetto che tanto assomiglia a mio nipote.
Sabato sera ero con la mia comitiva di avvocatucci, architettucci ricchi possidenti, maestrine, professoressine di matematica, seduto nella bellissima piazza estiva del mio paese. Il mio ruolo era quello del pianistuccio del gruppo. Si era in procinto di ordinare una pizza. La mia l’avrei divisa con qualcuno.
“Rucola e prosciutto crudo, mi sa di fresco, e questo caldo mi sta facendo soffocare”, dissi.
A prendere le ordinazioni, alzo gli occhi, quel ragazzetto. Lo osservo. Magro, più alto di mio nipote è un po’ più grandicello, credo.. Oltre a lui, in quel bar pizzeria ci lavoravano altre due ragazzine. Bassine, sorridenti. Correvano all’impazzata. Molto diverse dalle altre adolescenti, ultra firmate, sedute nei tavolini, che avrebbero ordinato, antipatiche, qualcosa, a breve.
P, una mia amica, spesso è sgarbata, per sua natura. Stava per reclamare per la lentezza del servizio. Conosco il suo piglio polemico, la sua tagliente raffinatezza (non è ironico), nel farlo. Il ragazzetto all’impiedi aspettava, silenzioso. L’ho fulminata con uno sguardo e le ho detto “Lui non c’entra”.
Lei è della mia razza, e ha compreso. Il ragazzo è filato dentro a portare le ordinazioni.
Mi sono chiesto perché per qualcuno tutto deve essere facile, e perché per qualcuno tutto deve essere prestabilito. Mi sono chiesto cosa provasse il bellissimo ragazzetto della pizzeria nel passare le sue serate lì, magari a prendersi gli sberleffi dei coetanei, e cosa provasse l’altrettanto bellissimo mio nipote, bravissimo pianista, con i corsi e le certificazioni di nuoto, che abita in una bella villa, che è appena tornato dalle vacanze dal Tirreno. Sono domande antiche quanto l’uomo. Non c’è una risposta. Ma mi fanno stare male da morire. O, semplicemente, il fatto che queste domande ritornino troppo spesso, è sintomatico: dopotutto,mi è passato l’interesse per la carriera musicale.Inoltre, in questo periodo, sono praticamente asessuato. Forse, qualcosa di bello, nella mia vita la posso fare, e l’imperativo si affaccia sotto forma di queste, dolorose, riflessioni. Ma, sabato sera, seduto in quel tavolo, non ho avuto troppo tempo di riflettere, perché poco tempo dopo, i miei amici mi hanno fatto la festa.
Eravamo usciti con la mia auto. In genere sono poco servizievole. O meglio, sono gentile, ma se una cosa la si pretende, in nome di norme sociali (ci stanno delle donne che sguazzano in queste regolette ottocentesche), io divento persino cafone. Ma quella sera ero passato da casa di tutti, a prenderli a casa, uno per uno. A, addirittura aveva espresso il bisogno di cambiare le scarpe col tacco con un paio di scarpe più comode, e ho rifatto due Km, per la sua richiesta. Eravamo in cinque, inizialmente, tre ragazzi e due ragazze. Poi siamo diventati molti di più. A, era quella delle scarpe. Tempo fa, le piacevo, dicevano. Io lo percepivo dai moti di stizza e dai suoi tentativo di umiliarmi che a volte …
A fine serata, mentre saldavamo il conto lei mi fa, con aria di sufficienza:”Visto che devi accompagnare P, vai a prendere la macchina e noi ti aspettiamo qui. La mia auto l’avevamo lasciato a circa 300 metri dalla piazza. Mi sembrava una cosa molto poco delicata che io da solo dovessi andare a prendere l’auto e loro comodi ad aspettarmi. Come fossi stato un tassista. Ho fatto presente che eravamo tutti assieme e si sarebbe andati assieme, visto che non c’erano invalidi e che non nevicava. E che non c’erano schiavetti o tassisti, nella comitiva. Lei insiste, un uomo galante deve fare questo, dice. I maschietti del gruppo si immischiano. Il potere dell’utero.
Oggettivamente avevo ragione. La sua richiesta era stata un atto di grande cafoneria, nei miei confronti. Ma loro, davano tutti ragione a lei, affermando che loro al mio posto lo avrebbero fatto, che per le donne si fa questo ed altro. Poi hanno aggiunto che io ero notoriamente un selvatico. Un crescendo surreale. Che, come tutti quelli che abitano nella zona alta, dovevo starmene tra le rocce e non scendere al paese, tra i civili. Ridevano, ma con cattiveria. Io mi scaldavo. Loro pure. Tutti contro di me. SI innescò uno di quei meccanismi per cui, quando un soggetto nel gruppo viene bersagliato, tutto gli sparano contro. Ma non scherzavano, c’era cattiveria, uscita fuori per un motivo molto futile.
S. “Non ti invitano ai matrimoni e nemmeno alle feste perché non conosci i convenevoli, sarbaggiu”
Io “Figurati, sopravvivo”
F. “Ti tocca andare a prendere l’auto senza che una ragazza te lo richieda, vai, Lassie”
IO “Tu ste galanterie le fai perché sono gli unici modi che hai per avere una ragazza in auto, io non ci tengo, e comunque, non ne avrei necessità”
S “Stai restando da solo”
IO “Mi hai chiamato tu, per uscire, ricordi?”
G “Sei solo un cafone”
Io “Tu non potresti permettertelo”
G “Oltre che borioso e mezzo schizofrenico”
Io “Tu devi essere gentile e costante, altrimenti…che possibilità avresti nella vita?”
Siamo scivolati in una bassezza che aveva del ridicolo.
Lei, la pupa, anziché rendersi conto che con quella parte vittimistica aveva causato un gioco carneficina nei miei confronti, asseriva, patetica, “Per una volta che non prendo la mia macchina e mi appoggio a qualcun altro succede questo. Io che sono sempre servizievole ed autonoma”
L’attacco è durato tre quarti d’ora. La pupa divina che sguazzava, vedendo che i prodi cavalieri attempati, aggredivano me, io che incassavo ed attaccavo, finchè una ragazza che era stata zitta s’è alzata e ha fatto presente loro che la stavano facendo vomitare.”Lasciatelo stare, cretini. Schifosi”. Io sono ritornato a casa.
Ieri ero a mare, con altre persone, ma ero una iena. Zitto. Ogni tanto me ne uscivo con qualche sparata comica, ma mi chiedevo tra me e me che razza di amici ho. Inizialmente la Divina patetica. Poi iniziano a chiamarmi al telefono. Inizialmente la Divina patetica. Poi uno dei prodi cavalieri. Di sera, in piazza sono stato molto freddo, con loro. Ho preferito stare con altra gente. Sono venuti a dirmi se oggi volevo andare a mare con loro. Ho soltanto risposto, con gentilezza “Non ho voglia di stare con voi. Aumentate la vostra dose di Lexotan. Mi fate soltanto pena”.
Stamattina sono andato a trovare un caro amico. Sarò opportunista, perché lo rinnego spesso. Lo cerco solo quando non ho nient’altro a cui aggrapparmi. Inizio a toccarlo e mi calmo. E’ un piano a coda Yamaha. Sto riprendendo “La Cathedrale engloutie” di Debussy e il “Preludio, Fuga e Variazioni” di Cèsar Franck. Sono molto portato per i francesi. Non sono percussivo, ho un tocco sfuocato, acquatico. Alcuni sono molto bravi nell’autocontrollo, io nella creazione del colore. Tante tipologie di pianisti. Poi, ho ripassato anche le Visioni fuggitive di Prokofie’v. La seconda ha un passaggio rancido, incredibilmente rancido e turpe.
Mentre suonavo mi sono scattato una foto, per questo blog. L’ho fatto ricordandomi di quello che una volta mi disse Anna.
“ Se mi chiedono come sto, metto un po’ di rossetto, sorrido e dico…Tutto bene, naturalmente..”
Uno di loro è quello che mi è più vicino, geograficamente, e studia anche pianoforte con me. Brillante, posato, sicuro del fatto suo. Un paio di occhi azzurri che paralizzano. Taglio felino. Ha dodici anni. Mi son domandato spesso come mai la natura abbia regalato alla generazione successiva alla mia tanti occhi azzurri, mentre io e i miei fratelli, tutti con occhi marroni e chiazze verdi. Comunque, vorrei ritornare al mio nipotino, al quale sono legatissimo.
Spesso, nel mio paese vedevo un altro ragazzino che era il sosia, identico a mio nipote. Mi stupivo di tanta somiglianza, al punto che iniziai a chiedermi chi potesse essere. La differenza era che quel bambino non emanava l’energia di F, mio nipote. Sembrava quasi spaventato, l’aria di uno timoroso che chiede scusa a tutti, di tutto. Poi lo vidi con suo padre e capii. Famiglia molto poco abbiente, forse suo padre è un poco di buono. Ma, specifico, forse. Di sicuro, non è uno rispettato e rinomato come mio fratello.
La strada di mio nipote è spianata. Al karate è il primo. A scuola di pianoforte è il primo. Non farà il Conservatorio perché è eccellente anche in matematica e in tutte la altre materie. La sua predisposizione alla musica è solo uno dei suoi tanti pregi. Veste bene, ma non è un bambino superbo. Nuota perfettamente. È accettato nel circolino dei bambini “bene” del mio paesino. Il razzismo del centro sicilia e della sicilia occidentale è qualcosa di incredibilmente feroce. Con me sono stati razzisti. Mio nipote è accettato ed inserito.
Mi sono chiesto, a volte, che fine avesse fatto quel ragazzetto che tanto assomiglia a mio nipote.
Sabato sera ero con la mia comitiva di avvocatucci, architettucci ricchi possidenti, maestrine, professoressine di matematica, seduto nella bellissima piazza estiva del mio paese. Il mio ruolo era quello del pianistuccio del gruppo. Si era in procinto di ordinare una pizza. La mia l’avrei divisa con qualcuno.
“Rucola e prosciutto crudo, mi sa di fresco, e questo caldo mi sta facendo soffocare”, dissi.
A prendere le ordinazioni, alzo gli occhi, quel ragazzetto. Lo osservo. Magro, più alto di mio nipote è un po’ più grandicello, credo.. Oltre a lui, in quel bar pizzeria ci lavoravano altre due ragazzine. Bassine, sorridenti. Correvano all’impazzata. Molto diverse dalle altre adolescenti, ultra firmate, sedute nei tavolini, che avrebbero ordinato, antipatiche, qualcosa, a breve.
P, una mia amica, spesso è sgarbata, per sua natura. Stava per reclamare per la lentezza del servizio. Conosco il suo piglio polemico, la sua tagliente raffinatezza (non è ironico), nel farlo. Il ragazzetto all’impiedi aspettava, silenzioso. L’ho fulminata con uno sguardo e le ho detto “Lui non c’entra”.
Lei è della mia razza, e ha compreso. Il ragazzo è filato dentro a portare le ordinazioni.
Mi sono chiesto perché per qualcuno tutto deve essere facile, e perché per qualcuno tutto deve essere prestabilito. Mi sono chiesto cosa provasse il bellissimo ragazzetto della pizzeria nel passare le sue serate lì, magari a prendersi gli sberleffi dei coetanei, e cosa provasse l’altrettanto bellissimo mio nipote, bravissimo pianista, con i corsi e le certificazioni di nuoto, che abita in una bella villa, che è appena tornato dalle vacanze dal Tirreno. Sono domande antiche quanto l’uomo. Non c’è una risposta. Ma mi fanno stare male da morire. O, semplicemente, il fatto che queste domande ritornino troppo spesso, è sintomatico: dopotutto,mi è passato l’interesse per la carriera musicale.Inoltre, in questo periodo, sono praticamente asessuato. Forse, qualcosa di bello, nella mia vita la posso fare, e l’imperativo si affaccia sotto forma di queste, dolorose, riflessioni. Ma, sabato sera, seduto in quel tavolo, non ho avuto troppo tempo di riflettere, perché poco tempo dopo, i miei amici mi hanno fatto la festa.
Eravamo usciti con la mia auto. In genere sono poco servizievole. O meglio, sono gentile, ma se una cosa la si pretende, in nome di norme sociali (ci stanno delle donne che sguazzano in queste regolette ottocentesche), io divento persino cafone. Ma quella sera ero passato da casa di tutti, a prenderli a casa, uno per uno. A, addirittura aveva espresso il bisogno di cambiare le scarpe col tacco con un paio di scarpe più comode, e ho rifatto due Km, per la sua richiesta. Eravamo in cinque, inizialmente, tre ragazzi e due ragazze. Poi siamo diventati molti di più. A, era quella delle scarpe. Tempo fa, le piacevo, dicevano. Io lo percepivo dai moti di stizza e dai suoi tentativo di umiliarmi che a volte …
A fine serata, mentre saldavamo il conto lei mi fa, con aria di sufficienza:”Visto che devi accompagnare P, vai a prendere la macchina e noi ti aspettiamo qui. La mia auto l’avevamo lasciato a circa 300 metri dalla piazza. Mi sembrava una cosa molto poco delicata che io da solo dovessi andare a prendere l’auto e loro comodi ad aspettarmi. Come fossi stato un tassista. Ho fatto presente che eravamo tutti assieme e si sarebbe andati assieme, visto che non c’erano invalidi e che non nevicava. E che non c’erano schiavetti o tassisti, nella comitiva. Lei insiste, un uomo galante deve fare questo, dice. I maschietti del gruppo si immischiano. Il potere dell’utero.
Oggettivamente avevo ragione. La sua richiesta era stata un atto di grande cafoneria, nei miei confronti. Ma loro, davano tutti ragione a lei, affermando che loro al mio posto lo avrebbero fatto, che per le donne si fa questo ed altro. Poi hanno aggiunto che io ero notoriamente un selvatico. Un crescendo surreale. Che, come tutti quelli che abitano nella zona alta, dovevo starmene tra le rocce e non scendere al paese, tra i civili. Ridevano, ma con cattiveria. Io mi scaldavo. Loro pure. Tutti contro di me. SI innescò uno di quei meccanismi per cui, quando un soggetto nel gruppo viene bersagliato, tutto gli sparano contro. Ma non scherzavano, c’era cattiveria, uscita fuori per un motivo molto futile.
S. “Non ti invitano ai matrimoni e nemmeno alle feste perché non conosci i convenevoli, sarbaggiu”
Io “Figurati, sopravvivo”
F. “Ti tocca andare a prendere l’auto senza che una ragazza te lo richieda, vai, Lassie”
IO “Tu ste galanterie le fai perché sono gli unici modi che hai per avere una ragazza in auto, io non ci tengo, e comunque, non ne avrei necessità”
S “Stai restando da solo”
IO “Mi hai chiamato tu, per uscire, ricordi?”
G “Sei solo un cafone”
Io “Tu non potresti permettertelo”
G “Oltre che borioso e mezzo schizofrenico”
Io “Tu devi essere gentile e costante, altrimenti…che possibilità avresti nella vita?”
Siamo scivolati in una bassezza che aveva del ridicolo.
Lei, la pupa, anziché rendersi conto che con quella parte vittimistica aveva causato un gioco carneficina nei miei confronti, asseriva, patetica, “Per una volta che non prendo la mia macchina e mi appoggio a qualcun altro succede questo. Io che sono sempre servizievole ed autonoma”
L’attacco è durato tre quarti d’ora. La pupa divina che sguazzava, vedendo che i prodi cavalieri attempati, aggredivano me, io che incassavo ed attaccavo, finchè una ragazza che era stata zitta s’è alzata e ha fatto presente loro che la stavano facendo vomitare.”Lasciatelo stare, cretini. Schifosi”. Io sono ritornato a casa.
Ieri ero a mare, con altre persone, ma ero una iena. Zitto. Ogni tanto me ne uscivo con qualche sparata comica, ma mi chiedevo tra me e me che razza di amici ho. Inizialmente la Divina patetica. Poi iniziano a chiamarmi al telefono. Inizialmente la Divina patetica. Poi uno dei prodi cavalieri. Di sera, in piazza sono stato molto freddo, con loro. Ho preferito stare con altra gente. Sono venuti a dirmi se oggi volevo andare a mare con loro. Ho soltanto risposto, con gentilezza “Non ho voglia di stare con voi. Aumentate la vostra dose di Lexotan. Mi fate soltanto pena”.
Stamattina sono andato a trovare un caro amico. Sarò opportunista, perché lo rinnego spesso. Lo cerco solo quando non ho nient’altro a cui aggrapparmi. Inizio a toccarlo e mi calmo. E’ un piano a coda Yamaha. Sto riprendendo “La Cathedrale engloutie” di Debussy e il “Preludio, Fuga e Variazioni” di Cèsar Franck. Sono molto portato per i francesi. Non sono percussivo, ho un tocco sfuocato, acquatico. Alcuni sono molto bravi nell’autocontrollo, io nella creazione del colore. Tante tipologie di pianisti. Poi, ho ripassato anche le Visioni fuggitive di Prokofie’v. La seconda ha un passaggio rancido, incredibilmente rancido e turpe.
Mentre suonavo mi sono scattato una foto, per questo blog. L’ho fatto ricordandomi di quello che una volta mi disse Anna.
“ Se mi chiedono come sto, metto un po’ di rossetto, sorrido e dico…Tutto bene, naturalmente..”
2 commenti:
odio le comitive, sono più orientato per i pochi ma buoni ... negli ultimi tempi ho ridotto ulteriormente i miei contatti, mi oriento verso un pericolosissimo e già vissuto "niente e nessuno ma buoni"...
prima o poi so che ritornerò verso un compremesso e riallacciare i rapporti con qualcuno ... per ora no.
p.s.
cambia aria... che ci fa uno come te nella "piazza del paese"
guarda, a catania si stavano creando troppi casini...ero nauseatissimo, di gente nuova...e avevo bisogno di cose piccole e confezionate...
Non sono per i pochi ma buoni...preferisco i tanti, da alternare a ruota.
cmq, adesso s'è ristabilito l'ordine ;)
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