Ho l’impressione che esistano delle forti affinità tra persone che svolgono determinate professioni, anche parecchio dissimili tra loro.
Simpatie innate tra appartenenti a determinate categorie professionali.
Io, ad esempio, sono generalmente avverso nei confronti degli architetti. Non so perché, ma mi stanno in genere antipatici, e capita spesso che tra me e loro nascano dei diverbi. Non nego di avere amici architetti con i quali si fila d’amore e d’accordo, ma sono casi eccezionali. Però, specifico che sono soltanto uno e mezzo, gli architetti da me stimati.
Il mio rapporto con i matematici è controverso. Li ammiro e li disprezzo per il loro rigore mentale. Ma ci affasciniamo a vicenda, dopo le prime battute. Sono molto predisposto, lo ammetto, ad innamorarmi di un cervello matematico. Ma sto ben attento a non farlo. Quindi, aggredisco per evitare risvolti non desiderati. Loro mi dicono che la musica è matematica. Io rispondo che la musica è la ribellione alla matematica. Mi dicono che sono invidioso. Rispondo che è meglio non rispondere. Ma poi ci cerchiamo, comunque.
Una categoria che sta decisamente e univocamente nel mio cuore, invece, è quella dei medici e farmacisti.
Mi rendo conto che mi sarebbe piaciuto essere medico. E, noto che sono tanti i medici ad essere fortemente attratti dall’idea di suonare. Infatti ho avuto diversi allievi del ramo sanitario, adulti, che hanno accarezzato, studiando nei miei corsi, il sogno di imparare a suonare il piano. La cosa divertente è che io strappo informazioni a loro, sui farmaci, sulle malattie, sulle cose più disparate, e loro a me sulla musica.
Interesse reciproco allo stato puro.
Tra i miei colleghi musicisti, non sono l’unico ad avere tale forte attrazione verso la medicina. Tra i musici del clan, non parliamo mai in termini di marchi commerciali dei farmaci da banco. Piuttosto, ci confidiamo di aver tracannato 20 gocce di bromazepam. E poi qualcuno ribatte che il clotiazepam è superiore, come psicofarmaco.
Il bromazepam causa ginecomastia. Saputo questo, M. la mia amica pugliese, ha iniziato ad assumerlo regolarmente ed è ingrassata dappertutto. Tranne che nel seno.
Riguardo l’emicrania, sembra che col paracetamolo possano sorgere dei problemi, quindi, nel caso, il nimesulide è decisamente più indicato.
Quindi, via libera ad amici medici.
Ho dovuto sopportare l’ascolto di un pezzo “composto” da un noto primario musico dilettante del circondario, e dargli persino dei consigli su come articolarlo. In certi momenti, posso contare sulla mia capacità di dissociazione, comunque.
Ma, se ho un problema, scavalco tutte le code di attesa. Se mi viene un acciacco da nulla faccio una telefonata e posso frignare gratis, sicuro di essere scientificamente supportato da una delle tante voci amiche. Il lato negativo è che sto diventando drogato di medici e dottoresse…basta un nonnulla che mi faccio portare al pronto soccorso.
E, in tal senso, quest’estate ho vissuto il mio terribile momento di gloria. Terrificante. E parlo seriamente, adesso.
Eravamo a casa mia, a Catania, rintanati ad aspettare che scendesse la temperatura per poter uscire. Saranno state le diciotto circa.
Avevo un forte dolore addominale. Andai in bagno, e sentii il mio cervello annebbiarsi, una forte sensazione di morte. Forte capogiro, atterraggio poco soft. Rialzatomi, ho cercato di ignorare questa cosa. Tornai nella stanza e mi sdraiai. All’improvviso un imperativo: dissi a G. di chiamare un’ambulanza, perché sentivo di stare molto male. Sentivo quasi di stare per morire. G. eseguì l’ordine prontamente.
Dopo un po’ cominciò l’inferno. Un formicolio cominciò ad irradiarsi dall’addome e a raggiungere il petto e le gambe. Dopo tre minuti ero completamente paralizzato. Senza potermi muovere, mi chiedevo cosa stesse succedendo e provai una paura cieca. G. e altri ragazzi nella stanza guardavano terrorizzati, e si chiedevano se io non fossi epilettico o se non facessi uso di droghe. G., giustamente, smentì le loro ipotesi.
La paralisi raggiunse presto il volto e lo deformò. Le labbra si ritrassero e la gola si irrigidì. Le braccia e le gambe cominciarono a piegarsi. I pollici si girarono all’indietro, spasmodicamente, facendomi assumere la posizione di una mantide religiosa. No riuscivo a controllare niente. Un braccio ancor mi rispondeva, e cercavo, tramite quello, di stendere l’altro braccio. Poi si contorse anche il braccio sinistro.
Iniziai a piangere per la paura. Suonò il cellulare, era il mio maestro, da Roma. G, fuori di sé, gli rispose che aspettavamo l’ambulanza, che forse stavo morendo e riattaccò. Dopo qualche minuto, iniziai a centellinare il fiato, per non soffocare. La gola si era gonfiata ed irrigidita. Non faceva passare l’aria. Lottavo anche contro il panico, immobile. Quella fu forse la lotta più dura.
Arrivò l’ambulanza. Adesso maledico quei sei mesi in cui vissi in quel quartiere centrale ma sicil-popolare di Catania. Sembra che si siano affacciati tutti. Il barbiere grasso col rasoio in mano, il cliente semirasato, gli studenti universitari, il meccanico di fronte, la professoressa isterica del piano di sotto. G. era probabilmente euforico per tanta notorietà. Non lo fecero salire in ambulanza e lui non seppe in quale ospedale mi portarono. Ero scalzo, una canottiera e pantaloni. Punto.
Nell’ambulanza mi misero l’ossigeno. L’infermiere (in realtà un volontario della protezione civile), credeva fosse una crisi di ansia e mi diceva di non pensarci più, a qual litigio (inesistente), che avevo avuto, di stare calmo, che in realtà stavo bene. Io sentivo di morire e non avrei potuto rispondergli, anche volendo. Pensai solo che era un imbecille che cercava di fare bene il suo lavoro. Ma gli volevo bene, in quel momento. Era molto protettivo, mi stringeva le mani e mi accarezzava per farmi calmare.
Ma poi, calmare cosa? Ero immobile e muto. Il panico era tutto concentrato nel mio sguardo.
Arrivati in ospedale, capii cosa significa “mala sanità”. C’era carenza di personale, c’erano stati molti incidenti, altra gente nel corridoio stava male, ed era arrivata prima di me.
Le mie crisi avevano luogo ad intervalli di un quarto d’ora. RIavveniva tutto quello che era successo a casa mia: iniziava con la parestesia e finiva con la paralisi totale, il senso di soffocamento, la deformazione del corpo e il disordine mentale. Aspettai circa tre quarti d’ora, abbandonato a me stesso nel lettino del corridoio. C’era trambusto, e uno immobile e muto non desta certo l’attenzione. In un momento di benessere, agguantai un infermiere che si era messo vicino alla mia barella, deciso a non mollarlo finchè non avesse procurato un medico. Stavo zitto e gli stringevo il braccio, con tutta la mia forza. In certi momenti, la necessità aguzza l’ingegno.
Entrato in sala, mi iniettarono un siero e fecero tutti gli esami. Dopo un po’ vomitai l’anima e capii che quell’inferno era finito. Dagli esami rilevarono un numero eccessivo di globuli bianchi. Tossicosi, dissero. So cosa è una intossicazione. Quell’inferno era stato qualcosa di molto diverso.
Poi vidi una ragazza che dormiva su un lettino accanto al mio. Chiesi a sua sorella cosa avesse. La sua risposta chiarì i miei dubbi e il mio sospetto.
“E’ andata in bagno, diceva che sentiva di stare per morire, e l’abbiamo trovata per terra, svenuta e con tutte le braccia storte, in posizione fetale”.
Dopo qualche tempo, si seppe che era circolato un virus subtropicale. Diversa gente aveva iniziato a paralizzarsi e a piangere dicendo di stare per morire. SI tratta di un virus che aggredisce il sistema nervoso centrale, bombardandolo per circa un’ora, in maniera intensiva. Nei soggetti deboli, può anche essere letale. La notizia non circolò più di tanto per l’impreparazione del personale ospedaliero.
Lo prese la nipote di un mio amico, la figlia di un medico, la madre di una mia amica psicanalista, e altre sei persone circa, da quello ho saputo successivamente.
Finirono tutti al pronto soccorso, paralizzati e deformi, mentre farfugliavano che stavano morendo.
Non si conoscono le modalità di trasmissione, ma è probabile che essa avvenga per via alimentare. A tutti loro, come anche a me, era stato detto che dovevano essere meno ansiosi, che dovevano prendere la vita con leggerezza, e che non avevano nulla di “reale”.
Tre settimane dopo dovevamo uscire col mio amicone che io chiamo pornostar, per via del suo fisico palestrato e della faccia da puttano lascivo. Mi chiama con una vocina fievole e svenevole.
“Non posso uscire, mi hanno appena portato in ospedale”
“Che hai?”
Lui è molto discreto sui suoi acciacchi. Lo ammiro, per questo, io che , abituato a far tragedie, a volte non mi rendo conto se sto male davvero o se è tutta una farsa. Non voleva dire cosa aveva.
“Ma niente, mal di pancia”
“E?”
“E poi mi si è addormentato il tronco. Ma adesso mi sto riprendendo”
Tre minuti di silenzio.
“E poi?”
“E poi mi si sono girati i pollici, mi sono paralizzato e ho creduto di morire.”
Finalmente si era sbottonato.
“Che ti hanno detto all’ospedale?”
Lui mi risponde, vergognandosi:” Mi hanno dato del Lexotan, come terapia”
“Ah, il bromazepam”.
Mi morsi la lingua per la mia saccenteria.
“Si, mi hanno detto che sono un tipo ansioso”
“Pornostar, mandali a cagare, se sono lì accanto a te.”
Sta cosa che accadde a lui, mi fece risvegliare il ricordo. Attivai la Maxxi Tim e chiamai qualcuno (che ha la Tim, chiaro), per raccontare sta cosa e poter frignare un po’, senza svenarmi.
La scelta è caduta su quelli che solleticano il mio bisogno di coccole verbali e di tragedia lacrimosa napoletana.
Chiamo R. e le racconto tutto. Lei, crocerossina per vocazione, era scioccata. Io indugiavo nei particolari, soddisfatto.
Sento che si mette a piangere al telefono. Io, molto, ma moooooolto commosso, commossissimo e con la voce che mi tremava, le dissi:” Non piangere, è passata. Sono io, quello di sempre, e sabato ci andiamo lo stesso ai Quattro Venti”. Tra poco mi mettevo a piangere anche io.
E lei:” Ma no, è che è da stamattina che ho uno strano mal di pancia…”
Simpatie innate tra appartenenti a determinate categorie professionali.
Io, ad esempio, sono generalmente avverso nei confronti degli architetti. Non so perché, ma mi stanno in genere antipatici, e capita spesso che tra me e loro nascano dei diverbi. Non nego di avere amici architetti con i quali si fila d’amore e d’accordo, ma sono casi eccezionali. Però, specifico che sono soltanto uno e mezzo, gli architetti da me stimati.
Il mio rapporto con i matematici è controverso. Li ammiro e li disprezzo per il loro rigore mentale. Ma ci affasciniamo a vicenda, dopo le prime battute. Sono molto predisposto, lo ammetto, ad innamorarmi di un cervello matematico. Ma sto ben attento a non farlo. Quindi, aggredisco per evitare risvolti non desiderati. Loro mi dicono che la musica è matematica. Io rispondo che la musica è la ribellione alla matematica. Mi dicono che sono invidioso. Rispondo che è meglio non rispondere. Ma poi ci cerchiamo, comunque.
Una categoria che sta decisamente e univocamente nel mio cuore, invece, è quella dei medici e farmacisti.
Mi rendo conto che mi sarebbe piaciuto essere medico. E, noto che sono tanti i medici ad essere fortemente attratti dall’idea di suonare. Infatti ho avuto diversi allievi del ramo sanitario, adulti, che hanno accarezzato, studiando nei miei corsi, il sogno di imparare a suonare il piano. La cosa divertente è che io strappo informazioni a loro, sui farmaci, sulle malattie, sulle cose più disparate, e loro a me sulla musica.
Interesse reciproco allo stato puro.
Tra i miei colleghi musicisti, non sono l’unico ad avere tale forte attrazione verso la medicina. Tra i musici del clan, non parliamo mai in termini di marchi commerciali dei farmaci da banco. Piuttosto, ci confidiamo di aver tracannato 20 gocce di bromazepam. E poi qualcuno ribatte che il clotiazepam è superiore, come psicofarmaco.
Il bromazepam causa ginecomastia. Saputo questo, M. la mia amica pugliese, ha iniziato ad assumerlo regolarmente ed è ingrassata dappertutto. Tranne che nel seno.
Riguardo l’emicrania, sembra che col paracetamolo possano sorgere dei problemi, quindi, nel caso, il nimesulide è decisamente più indicato.
Quindi, via libera ad amici medici.
Ho dovuto sopportare l’ascolto di un pezzo “composto” da un noto primario musico dilettante del circondario, e dargli persino dei consigli su come articolarlo. In certi momenti, posso contare sulla mia capacità di dissociazione, comunque.
Ma, se ho un problema, scavalco tutte le code di attesa. Se mi viene un acciacco da nulla faccio una telefonata e posso frignare gratis, sicuro di essere scientificamente supportato da una delle tante voci amiche. Il lato negativo è che sto diventando drogato di medici e dottoresse…basta un nonnulla che mi faccio portare al pronto soccorso.
E, in tal senso, quest’estate ho vissuto il mio terribile momento di gloria. Terrificante. E parlo seriamente, adesso.
Eravamo a casa mia, a Catania, rintanati ad aspettare che scendesse la temperatura per poter uscire. Saranno state le diciotto circa.
Avevo un forte dolore addominale. Andai in bagno, e sentii il mio cervello annebbiarsi, una forte sensazione di morte. Forte capogiro, atterraggio poco soft. Rialzatomi, ho cercato di ignorare questa cosa. Tornai nella stanza e mi sdraiai. All’improvviso un imperativo: dissi a G. di chiamare un’ambulanza, perché sentivo di stare molto male. Sentivo quasi di stare per morire. G. eseguì l’ordine prontamente.
Dopo un po’ cominciò l’inferno. Un formicolio cominciò ad irradiarsi dall’addome e a raggiungere il petto e le gambe. Dopo tre minuti ero completamente paralizzato. Senza potermi muovere, mi chiedevo cosa stesse succedendo e provai una paura cieca. G. e altri ragazzi nella stanza guardavano terrorizzati, e si chiedevano se io non fossi epilettico o se non facessi uso di droghe. G., giustamente, smentì le loro ipotesi.
La paralisi raggiunse presto il volto e lo deformò. Le labbra si ritrassero e la gola si irrigidì. Le braccia e le gambe cominciarono a piegarsi. I pollici si girarono all’indietro, spasmodicamente, facendomi assumere la posizione di una mantide religiosa. No riuscivo a controllare niente. Un braccio ancor mi rispondeva, e cercavo, tramite quello, di stendere l’altro braccio. Poi si contorse anche il braccio sinistro.
Iniziai a piangere per la paura. Suonò il cellulare, era il mio maestro, da Roma. G, fuori di sé, gli rispose che aspettavamo l’ambulanza, che forse stavo morendo e riattaccò. Dopo qualche minuto, iniziai a centellinare il fiato, per non soffocare. La gola si era gonfiata ed irrigidita. Non faceva passare l’aria. Lottavo anche contro il panico, immobile. Quella fu forse la lotta più dura.
Arrivò l’ambulanza. Adesso maledico quei sei mesi in cui vissi in quel quartiere centrale ma sicil-popolare di Catania. Sembra che si siano affacciati tutti. Il barbiere grasso col rasoio in mano, il cliente semirasato, gli studenti universitari, il meccanico di fronte, la professoressa isterica del piano di sotto. G. era probabilmente euforico per tanta notorietà. Non lo fecero salire in ambulanza e lui non seppe in quale ospedale mi portarono. Ero scalzo, una canottiera e pantaloni. Punto.
Nell’ambulanza mi misero l’ossigeno. L’infermiere (in realtà un volontario della protezione civile), credeva fosse una crisi di ansia e mi diceva di non pensarci più, a qual litigio (inesistente), che avevo avuto, di stare calmo, che in realtà stavo bene. Io sentivo di morire e non avrei potuto rispondergli, anche volendo. Pensai solo che era un imbecille che cercava di fare bene il suo lavoro. Ma gli volevo bene, in quel momento. Era molto protettivo, mi stringeva le mani e mi accarezzava per farmi calmare.
Ma poi, calmare cosa? Ero immobile e muto. Il panico era tutto concentrato nel mio sguardo.
Arrivati in ospedale, capii cosa significa “mala sanità”. C’era carenza di personale, c’erano stati molti incidenti, altra gente nel corridoio stava male, ed era arrivata prima di me.
Le mie crisi avevano luogo ad intervalli di un quarto d’ora. RIavveniva tutto quello che era successo a casa mia: iniziava con la parestesia e finiva con la paralisi totale, il senso di soffocamento, la deformazione del corpo e il disordine mentale. Aspettai circa tre quarti d’ora, abbandonato a me stesso nel lettino del corridoio. C’era trambusto, e uno immobile e muto non desta certo l’attenzione. In un momento di benessere, agguantai un infermiere che si era messo vicino alla mia barella, deciso a non mollarlo finchè non avesse procurato un medico. Stavo zitto e gli stringevo il braccio, con tutta la mia forza. In certi momenti, la necessità aguzza l’ingegno.
Entrato in sala, mi iniettarono un siero e fecero tutti gli esami. Dopo un po’ vomitai l’anima e capii che quell’inferno era finito. Dagli esami rilevarono un numero eccessivo di globuli bianchi. Tossicosi, dissero. So cosa è una intossicazione. Quell’inferno era stato qualcosa di molto diverso.
Poi vidi una ragazza che dormiva su un lettino accanto al mio. Chiesi a sua sorella cosa avesse. La sua risposta chiarì i miei dubbi e il mio sospetto.
“E’ andata in bagno, diceva che sentiva di stare per morire, e l’abbiamo trovata per terra, svenuta e con tutte le braccia storte, in posizione fetale”.
Dopo qualche tempo, si seppe che era circolato un virus subtropicale. Diversa gente aveva iniziato a paralizzarsi e a piangere dicendo di stare per morire. SI tratta di un virus che aggredisce il sistema nervoso centrale, bombardandolo per circa un’ora, in maniera intensiva. Nei soggetti deboli, può anche essere letale. La notizia non circolò più di tanto per l’impreparazione del personale ospedaliero.
Lo prese la nipote di un mio amico, la figlia di un medico, la madre di una mia amica psicanalista, e altre sei persone circa, da quello ho saputo successivamente.
Finirono tutti al pronto soccorso, paralizzati e deformi, mentre farfugliavano che stavano morendo.
Non si conoscono le modalità di trasmissione, ma è probabile che essa avvenga per via alimentare. A tutti loro, come anche a me, era stato detto che dovevano essere meno ansiosi, che dovevano prendere la vita con leggerezza, e che non avevano nulla di “reale”.
Tre settimane dopo dovevamo uscire col mio amicone che io chiamo pornostar, per via del suo fisico palestrato e della faccia da puttano lascivo. Mi chiama con una vocina fievole e svenevole.
“Non posso uscire, mi hanno appena portato in ospedale”
“Che hai?”
Lui è molto discreto sui suoi acciacchi. Lo ammiro, per questo, io che , abituato a far tragedie, a volte non mi rendo conto se sto male davvero o se è tutta una farsa. Non voleva dire cosa aveva.
“Ma niente, mal di pancia”
“E?”
“E poi mi si è addormentato il tronco. Ma adesso mi sto riprendendo”
Tre minuti di silenzio.
“E poi?”
“E poi mi si sono girati i pollici, mi sono paralizzato e ho creduto di morire.”
Finalmente si era sbottonato.
“Che ti hanno detto all’ospedale?”
Lui mi risponde, vergognandosi:” Mi hanno dato del Lexotan, come terapia”
“Ah, il bromazepam”.
Mi morsi la lingua per la mia saccenteria.
“Si, mi hanno detto che sono un tipo ansioso”
“Pornostar, mandali a cagare, se sono lì accanto a te.”
Sta cosa che accadde a lui, mi fece risvegliare il ricordo. Attivai la Maxxi Tim e chiamai qualcuno (che ha la Tim, chiaro), per raccontare sta cosa e poter frignare un po’, senza svenarmi.
La scelta è caduta su quelli che solleticano il mio bisogno di coccole verbali e di tragedia lacrimosa napoletana.
Chiamo R. e le racconto tutto. Lei, crocerossina per vocazione, era scioccata. Io indugiavo nei particolari, soddisfatto.
Sento che si mette a piangere al telefono. Io, molto, ma moooooolto commosso, commossissimo e con la voce che mi tremava, le dissi:” Non piangere, è passata. Sono io, quello di sempre, e sabato ci andiamo lo stesso ai Quattro Venti”. Tra poco mi mettevo a piangere anche io.
E lei:” Ma no, è che è da stamattina che ho uno strano mal di pancia…”
8 commenti:
Terribile meno male che mi hai strappato un sorriso con l'ultima frase....
Acc.! sono un architetto! pensi sia grave? che molecola mi consigli di assumere contro la sindrome del demiurgo?
Cianuro.
Rido di gusto... peccato che non puoi sentirmi... ok!ok!proverò sto cianuro vediamo che effetto fa!
hahahaah subito demiurgo lui!
delirio di onnipotenza!
alla faccia del Grande Architetto dell'Universo!!!
Sarà che hai ragione Max: gli architetti...strana gente...eppure se tornassi indietro...mi piacerebbe fare l'architetto.
Mi ci vedo vestito in modo stravagante, capello un pò lunghetto, saccente anzichèno (vi anticipo tutti: si più saccente di ora...) a giudicare tutto.
Si mi piacerebbe.
Uuhauahuah
Siete due pazzi schizzati.
Tau: guarda che tutti gli architetti che conosco io sembrano dei ragionieri...
Il maglioncino (Lacoste?Fila?Tacchini?) legato al collo, che ricade sulle spalle.
Ooops, scusa trullo, non me ne ero ricordato..
appunto, mi stanno antipatici.
Tra poco vado. Voglio arrivare prima, a quel convegno su Rosa Balistreri, per raccomandare che non mi chiamino sul palco per parlare delle mie motivazioni.
A volte riesco bene. A volte, proprio non mi sento predisposto.
Poi, un pubblico di laurendi in lettere e relativi docenti mi irrita parecchio.
Quel lavoro, l'ho fatto in nome del mio amore per la semplicità, la povertà e la non conoscenza....
Quindi, sono un mix di fifarella e poca predisposizione, a priori.
Xerxe, che molecola mi raccomandi?
(Quella del Tavor)
Tau: me la frulli una lattuga come sai fare solo tu e me la spedisci?
Mettici tutta la tua cura ed ampollosità, però.
In nome del bene che mi vuoiiiii.
Ma entro le 10:00...
CIauuuuuu
A proposito Tao quello che descrivi tu sembra una isterica checca arredatrice ... che ti arriva a casa con stole di tessuti e tende appese ad un avambraccio mentre l'altro è ripiegato a mo di manico d'anfora romana sull'altro fianco. L'architetto very cool ha capello corto (un filo ... maaaa proprio un filo di fondotinta) abiti in varie tonalità di grigio.. con qualche virata su altre non tinte tipo sabbia etc, scarpe nere con stringhe e soprattutto fighissima matita della faber-castell in legno d'acero o ciliegio o altra essenza.. cappuccio in inox satinato che nasconde una funzionalissima gommina ... la matita di cui parlo ha una leggera entasi, questo, tra le mani di un architetto, produce arraapamento e rende la suddetta matita veramente speciale.Il buon architetto pensa di essere l'unico mortale a sapere cosè una entasi... a proposito io ne ho perso ben 2 sia quella di ciliegio che quella d'acero ... se qualcuno le avesse ritrovate!...:-((
Tao mi sta simpatico da morire.
Non intendevo dire quelle cose.
:(
Se mi sono espresso male gli chiedo scusa, e non lo stuzzico più
:(
Non leggo il tuo blog!!... assolutamente no!.... guardo solo le figure!...:-/
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