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domenica 28 gennaio 2007

Hamburg Express


Hamburg Express

Le nostre sere d’estate seguono un rituale ben preciso da diversi anni. Dopo il caldo e l’afa del giorno, la sera ci ritroviamo tutti in piazza, seduti nei tavolini dei caffè. Tanti nutriti gruppi di venti persone, a bere limonata ed a mangiare granita. La cosa ha un grande fascino. Anche di ritorno dal mare, il rituale del tavolino all’aperto è sacro. Il gruppo si accresce grazie agli universitari rientrati al paese, catanesi che passano le vacanze qui per il fresco, o, semplicemente, grazie ad amici che d’inverno non escono per il freddo.

Una sera di circa dieci anni fa, O., il timido del gruppo, farfugliò: “Lui è A, mio cugino”.
Sarcastico chiesi ad A. se per caso non fosse catanese (niente contro i catanesi: era un modo di dire…vieni da dietro l’angolo?).
Seguì una risata generale. Lui, senza scomporsi rispose: “Sono di Amburgo”.

Tacqui, e dopo un po’ chiamai S., una mia amica:” Non ci crederai, al tavolo con me c’è un amburghese”.
Il fatto è che, in quel periodo, parlavamo spesso di Amburgo e del fascino che tale città doveva avere. Era una fissa, e S. ha sempre avuto una certa concordanza con me, in termini di fissazioni.

Dopo un po’, tempestavamo A. di domande su Amburgo, su cosa si fa ad Amburgo, su quello che pensa la gente ad Amburgo, e lui, incredulo, era diventato il mito della serata.
Non sapeva che, a momenti, rischiava di essere persino vivisezionato ed ingoiato avidamente.

Dopo tre mesi di telefonate e di lettere si aprì una serie di viaggi Sicilia – Amburgo, che sarebbe durata circa otto anni. Noi partivamo per un mese per la città anseatica, e gli amici tedeschi, regolarmente, ricambiavano il favore, facendo le valige due volte all’anno e venendo in Sicilia.
Noi eravamo assetati di Nord, loro di Sud.
Nacque un’amicizia fortissima. Anzi, forse non era un’amicizia. Era un bisogno, un’ammirazione reciproca che ci portava a fare migliaia di chilometri per vederci. Il tutto condito da una certa dose di attaccamento e di odio reciproco. Un quadrato formato da quattro persone. Un quadrato ad alta tensione.
Quando a Copenaghen, io e A. Ci siamo sbattuti in faccia tutto quello che dovevamo dirci da tempo, litigando a voce alta in un pub di Nyhavn, il quadrato si è spezzato. Ma non ci siamo mai dimenticati, credo.

Amburgo è una città con la quale ho una grande intesa.
Prima di visitarla e viverla, guardavo nell’atlante quella città e la immaginavo esattamente come, poi, l’ho trovata.
È perversa, estremamente ricca quanto povera. Bigotta e nello stesso tempo sfrenata. Culturalmente avanzatissima, ricca di arte e di musica. Amburgo è ciò che Milano aspira a diventare, ma che, suo malgrado, probabilmente non sarà mai.

Andavo ad Amburgo e ci restavo un mese per volta. Qualche volta S. venne con me. Di giorno si andava a vagare per Jungferstieg oppure a mangiare in riva all’Elba. Ma la mia meta preferita era il mercato del pesce, dove andavamo alle cinque di mattina per veder arrivare le navi dal Nord.
È la differenza con i tuoi luoghi, a renderti assetto di qualche posto lontano. Questa è l’essenza del mio viaggiare.
La sera la passavamo per il locali di S.Pauli, il quartiere a luci rosse. S. Pauli, per un italiano, risulta alquanto curioso. La gente va a passeggiare lì: famiglie intere, giovani coppiette, bambini in gruppo che passano indifferenti davanti alle vetrine con le donne esposte in vetrina. Il Mojo Club era la mia discoteca preferita. La musica, alquanto raffinata, spaziava dall’house più sofisticato ad un tipo di elegantissimo latin jazz. Ragazze così belle che ti terrorizzavi anche ad avvicinarle.
Spesso ci sentivamo sporchi, per il nostro continuo girovagare e il nostro non fermarci mai.
Poi un giorno conobbi Ul, una donna sessantenne, pittrice e violinista. Esercitai un certo fascino su di lei e lei su me. Nonostante l’ètà, bella e raffinata. Naif, nello stesso tempo.
Ul. mi invitò a casa sua. Blankenese è il quartiere ricco di Amburgo. Una serie di piccole viuzze tortuose che declinano verso l’Elba, immerse nel verde. Ul, abita accanto ad un’enorme villa, che poi ho saputo essere di Karl Lagerfeld. Ma la sua, di casa, era semplice, sobria, intima. Quella di Lagerfeld non l’ho vista, ma il giardino e il portone erano giganteschi.

Pranzammo con hamburger di soja, e nel primo pomeriggio vidi nel salotto un pianoforte. Sedutomi, cominciai a suonare la Mazurka in Rem di Chopin.
Io ho sempre detestato tutto quello che fa troppa atmosfera. Lo trovo patetico. Eseguire una Mazurka di Chopin in autunno, in una casa in mezzo agli alberi dorati, nel quartiere bene di Amburgo, è patetico. Potevo essere il tipico musicista preso in adozione dalla ricca e agiata signora di fascia medio alta.
Ma in quella casa c’era una sorta di magia. Ul dipingeva. E, prima di dedicarsi ai pennelli, mi obbligava a suonare al pianoforte. Poi, verso le cinque, ci sedevamo nel suo giardinetto e bevevamo del tè accompagnato da anacardi, nocciole e biscotti.

Una strana calma, di colore giallo dorato, l’aria tiepida e qualcosa di immobile.

Iniziò così un breve periodo di prostituzione artistica, per me. Io suonavo al pianoforte. In cambio ricevevo tè, frutta secca e biscotti tradizionali della città anseatica. S., usufruiva della mia prostituzione, mangiando gratis, senza muovere dito e totalmente zitta. Le uniche frasi che pronunciò, furono relative alla domanda di Ul, che credeva lei fosse la mia fidanzata. S. le rispose che eravamo soltanto amici.

Tornato in Italia, sentii la mancanza del tè amburghese. Mi misi subito a cercare quella strana frutta secca che accompagnava i nostri discorsi nel giardino. Ma non riuscii a trovarla.
Un giorno arrivò un pacco da Amburgo. Ci trovai dentro un biglietto della metropolitana della linea Jungferstieg-Blankenese, un fiore secco, biscotti ed anacardi. C’era anche la foto di un bel gatto nero.

In estate U. verrà a trovarmi. La porterò in qualche piccolo borgo del nisseno. Ci andremo nelle ore più calde della giornata e staremo per un po’ ad ascoltare il rumore degli alberi e il frinire delle cicale. Lontano dal rumore del mare e delle città balneari.
Sicuramente andremo anche a Catania, ma di sera sul tardi, per vedere le persone, in canottiera o seminude, che boccheggiano dal caldo, affacciate dai balconi delle stradine secondarie. Dietro di loro, sicuramente la luce azzurrina di qualche televisore acceso, disturbata dalle oscillazioni del ventilatore da tavolo. Eviteremo accuratamente le strade addobbate di condizionatori, chiaro.
Certe cose esistono, basta saperle cercare.

Di notte andremo invece a sederci nei tavolini della piazza e prenderemo una granita, assieme ai miei amici.
Alle tre torneremo a casa ma non riusciremo a dormire. In estate, qui, fa troppo caldo.

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